VIOLENZA DOMESTICA: LA RELAZIONE VIOLENTA E L’ ATTACCAMENTO. Quali sono le coppie ad alto rischio?

La violenza rappresenta una delle esperienze più traumatiche che l’essere umano possa sperimentare. Quando questa esperienza si verifica all’interno del legame di coppia risulta ancora più distruttiva perché si sgretola quello che costituisce una fonte di sicurezza e protezione.

Secondo la teoria dell’attaccamento di Bowlby siamo regolati dall’attivazione di un sistema, il sistema dell’attaccamento, che ha una base innata in quanto è frutto della selezione della specie e ha la funzione biologica di assicurare la protezione attraverso la vicinanza della figura di attaccamento, ossia la figura che offre conforto in caso di necessità/paura. La prima figura con la quale stabiliamo una relazione di attaccamento è la madre.

Quando da bambini ci troviamo di fronte ad un pericolo si attiva il sistema di attaccamento e mettiamo in atto comportamenti di attaccamento come piangere, aggrapparsi, seguire o esprimiamo emozioni di attaccamento come paura e rabbia che hanno lo scopo di mantenere la vicinanza con la madre. Se quest’ultima si mostra responsiva (sintonizzata sulla richiesta di aiuto del bambino) e sensibile (riconosce i bisogni del bambino) sarà in grado di rappresentare una base sicura per il bambino dalla quale separarsi per esplorare l’ambiente e alla quale avvicinarsi in caso di pericolo. In questo modo il bambino imparerà a gestire le proprie emozioni e i propri comportamenti.

Dalla disponibilità della madre ad accorrere in caso di pericolo, nel primo anno di vita del bambino si strutturano i Modelli Operativi Interni, ovvero rappresentazioni mentali di sé stesso, degli altri e del mondo che guidano il comportamento e organizzano le emozioni (Attili, 2007).

Da adulti la relazione di coppia è a tutti gli effetti una relazione di attaccamento come la relazione madre-bambino, con una differenza fondamentale: mentre la relazione madre-bambino è una relazione complementare, in quanto la madre offre conforto e cure e il bambino può solo chiedere accudimento, nella relazione di coppia si ha un rapporto alla pari, poiché entrambi i partner dovrebbero essere in grado di offrire accudimento e chiedere conforto.

A seconda della relazione di attaccamento con le figure primarie e dei Modelli Operativi Interni si struttureranno diversi stili relazionali che influenzeranno anche i rapporti di coppia: tutti noi tendiamo a scegliere il partner che conferma la visione che abbiamo di noi stessi!

Quali sono queste tipologie di attaccamento e i rispettivi stili relazionali?

  • Attaccamento sicuro e Adulti sicuri: questi soggetti hanno avuto le figure di attaccamento in grado di soddisfare i bisogni di vicinanza e cura in caso di difficoltà e questo ha portato loro a sviluppare un’immagine di sé e dell’altro positiva e meritevole di sentimenti di fiducia e di stima. Da adulti vivono bene l’intimità con il partner, sono capaci di comprendere lo stato emotivo e risolvere conflitti in modo costruttivo e sono in grado di ricevere e offrire conforto all’interno della coppia.
  • Attaccamento evitante e Adulti evitanti: questi soggetti hanno sperimentato da piccoli esperienze di rifiuto e ostilità da parte della figura di attaccamento. Da adulti tendono a minimizzare e svalutare le manifestazioni di attaccamento, rimangono distanti nelle relazioni, si affidano poco all’altro, vivono in modo sfuggente l’intimità nei rapporti e hanno difficoltà ad offrire accudimento e chiedere conforto. In caso di conflitti tendono ad allontanarsi fisicamente e psicologicamente dal partner ed a mostrare un apparente disinteresse.
  • Attaccamento ambivalente e Adulti ansiosi-ambivalenti: questi soggetti hanno sperimentato una relazione di attaccamento nell’infanzia caratterizzata da una costante preoccupazione circa l’affidabilità e la disponibilità della figura di riferimento a soddisfare le proprie richieste affettive. Da adulti temono di non essere amati e ricambiati dal partner e di non meritare il suo amore. Sono molto dipendenti dal partner ed ogni suo comportamento di autonomia viene interpretato come una vera e propria minaccia di abbandono. Offrono accudimento al partner in maniera intrusiva e controllante. In caso di conflitti aumentano i loro comportamenti di attaccamento e dipendenza e alla fine di un rapporto mostrano difficoltà a rassegnarsi, tentando in tutti i modi di cambiare la situazione.
  • Attaccamento disorganizzato e Adulti irrisolti: questi soggetti hanno avuto esperienze traumatiche non integrate dal punto di visto emotivo e cognitivo. Da adulti provano un intenso senso di paura e di allarme di fronte al proprio bisogno di attaccamento e alle richieste del partner e di fronte all’attivazione dell’attaccamento possono riemergere Modelli Operativi Interni disorganizzati appresi da bambini con le figure di attaccamento (Verardo, 2018).

Qual’ è il legame tra attaccamento e relazioni violente?

La dipendenza e l’ansia nei confronti della separazione e un modello negativo di sé, tipico degli adulti con attaccamento ansioso, possono rendere molto difficile abbandonare le relazioni abusanti. Le esigenze emotive caratteristiche di tali soggetti rendono impossibile la rottura di una relazione primaria (Velotti, 2012).

Stile di attaccamento dei partner e relazioni violente:

  • Vittima con stile di attaccamento ansioso-ambivalente. Per un adulto con questo tipo di attaccamento, caratterizzato da forti preoccupazioni relative all’abbandono e da una visione di sé come non meritevole, anche una relazione violenta rappresenta una forma di contatto. Sono quindi queste persone ad essere maggiormente a rischio di restare bloccate in relazioni abusanti.
  • Vittima con stile di attaccamento evitante. L’adulto con questo tipo di attaccamento, caratterizzato dalla tendenza ad evitare l’intimità, potrebbe non avere un investimento emotivo tale da farlo rimanere incastrato in una relazione con un partner abusante.
  • Partner abusante con stile di attaccamento ansioso-ambivalente. Questo stile di attaccamento è più facilmente associato a comportamenti abusanti. Si tratta in genere di soggetti emotivamente dipendenti, gelosi e ossessionati dalla paura della perdita del partner. Di fronte alla minaccia della perdita e ad alti livelli di emozioni negative disregolate (inclusa la rabbia) hanno un’iperattivazione del sistema di attaccamento con aumento degli aspetti dipendenti (Mikulincer e Shaver, 2011).
  • Partner abusante con stile di attaccamento evitante. In generale questo stile di attaccamento è associato in misura minore a comportamenti violenti. L’evitamento è di solito legato a strategie di controllo molto forti dell’espressione della rabbia. Tuttavia il fallimento di queste strategie disattivanti potrebbe scatenare comportamenti violenti caratterizzati da aspetti di crudeltà mentale e fisica.
  • Attaccamento disorganizzato. Caratteristico della disorganizzazione dell’attaccamento è il cosiddetto triangolo drammatico che troviamo di frequente nei legami adulti abusanti. Qui gli attori della violenza seguono lo schema della vittima, del persecutore e del salvatore nella rappresentazione di sé e dell’altro. L’adulto si sente vittima quando il partner diventa abusante, ma anche l’abusante diventa tale perché si è sentito vittima (per esempio di un possibile tradimento) oppure si sente vittima dopo i comportamenti abusanti. Il ruolo di persecutore è invece associato a senso di colpa e responsabilità rispetto ai comportamenti disregolati dell’abusante e a senso di colpa e responsabilità dell’abusante dopo essersi disregolato. Dopo gli episodi di violenza l’abusante può piangere e chiedere aiuto al partner che diventa il salvatore oppure l’abusante può avere dei comportamenti estremamente protettivi nei confronti dell’abusato (Verardo, 2018).

Valentina Bennati

EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing)

Cos’è l’EMDR?

L’EMDR, Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti Oculari, è una tecnica psicologica per il trattamento dei problemi emotivi causati da esperienze di vita disturbanti (eventi traumatici, come aggressioni e calamità naturali) ed eventi disturbanti nell’infanzia.

Quando si usa?

La ricerca scientifica ha stabilito che l’EMDR è efficace nel trattamento di:

  • stress post-traumatico
  • attacchi di panico e disturbi d’ansia
  • depressione
  • lutto complicato
  • abusi sessuali e/o fisici

Come funziona?

L’EMDR ha un effetto diretto sulla modalità di funzionamento del cervello: riconosce la componente fisiologica delle difficoltà emotive ed affronta direttamente queste sensazioni fisiche, le convinzioni negative, le emozioni e altri sintomi disturbanti.

Per questo possiamo considerare l’EMDR come un metodo terapeutico a base fisiologica che aiuta le persone a sentire il ricordo di esperienze traumatiche in modo nuovo e meno disturbante.

Quando avviene un evento disturbante, questo può rimanere racchiuso nella memoria con le sue immagini originali, i suoni, i pensieri, le emozioni e le sensazioni corporee, dovuto all’impatto emotivo in quel momento. L’EMDR sembra stimolare la capacità di elaborare le esperienze traumatiche attraverso la stimolazione bilaterale alternata.

Durante l’EMDR il terapeuta lavora con il paziente per l’identificazione del problema specifico, oggetto della terapia, attraverso un protocollo specifico che prevede diverse fasi. Durante tali fasi viene chiesto al paziente di descrivere l’evento negativo che gli causa sofferenza (importante sottolineare che si lavora sul ricordo dell’evento, ossia su come il soggetto ha impresso nella memoria l’evento) e gli elementi associati a tale ricordo:

  • immagine traumatica (Qual’è la parte peggiore dell’evento?)
  • cognizione negativa (Cosa si dice di negativo di sé il soggetto rispetto all’evento?)
  • emozioni disturbanti (Cosa prova ancora pensando a quel momento?)
  • sensazioni fisiche (Dove le sente nel corpo?)

Il terapeuta aiuta l’elaborazione attraverso movimenti guidati degli occhi, o altre stimolazioni bilaterali degli emisferi cerebrali.

Durante i set di movimenti oculari il paziente rivive vari elementi del ricordo.

Viene elaborato un ricordo per volta. L’obiettivo è l’elaborazione rapida delle informazioni relative all’esperienza negativa da parte del paziente fino ad un sua risoluzione adattiva, ovvero una notevole riduzione nel livello di disturbo associato all’esperienza traumatica.

Quando un ricordo traumatico è risolto?

Quando diventa un ricordo come gli altri. E’ l’individuo che decide di esplorare il ricordo, non ne è compulsivamente invaso. In altre parole, quando l’evento passato è finalmente davvero ricollocato nel passato (Shapiro, 2013).

In conclusione con il trattamento EMDR il paziente:

  • rivive il ricordo traumatico in sicurezza
  • si desensibilizza nei confronti del ricordo
  • cambia la prospettiva cognitiva
  • traduce il ricordo in parole
  • ricolloca l’evento nel passato
  • assimila e integra l’esperienza.

Valentina Bennati

QUANDO L’ANSIA DIVENTA UN PROBLEMA?

L’ansia è un’emozione che ha avuto e continua ad avere una funzione adattiva per la sopravvivenza umana in quanto ci segnala la presenza di una minaccia, di un pericolo e prepara l’organismo ad affrontare tale minaccia attraverso l’attivazione del sistema nervoso simpatico con la risposta di attacco/fuga.

Vivere senza ansia non sarebbe auspicabile: chi non ha paura di niente ha maggiori probabilità di trovarsi in situazioni pericolose. Per tale ragione l’ansia è importante che ci sia, è impossibile eliminarla completamente ed è un’emozione che tutti noi proviamo normalmente.

L’ansia può diventare un problema quando ci troviamo in presenza di una o più delle seguenti caratteristiche (Clark & Beck, 2010):

  1. Pensieri disfunzionali. L’ansia deriva da una valutazione errata di pericolo relativa ad una o più situazioni, che non risulterebbe confermata da un’osservazione diretta agli occhi della maggior parte delle persone. Ci sono quindi pensieri esagerati e catastrofici relativi alla minaccia.
  2. Funzionamento compromesso. L’ansia impedisce di condurre una vita quotidiana produttiva e soddisfacente in quanto compromette il funzionamento lavorativo, scolastico o le relazioni sociali.
  3. Falsi allarmi. L’ansia viene sperimentata in modo eccessivo anche in assenza di stimoli minacciosi o in presenza di una minaccia minima.
  4. Ipersensibilità agli stimoli. L’ansia viene elicitata da un range più ampio di stimoli o da situazioni caratterizzate da un’intensità di minaccia relativamente lieve (percepita dalle persone non ansiose come innocua).
  5. Persistenza continua della minaccia e del pericolo. L’ansia persistente ed eccessiva porta le persone a pensare al futuro in modo catastrofico, anticipando pericoli e minacce, restando sempre in allerta, pronti ad affrontare una tragedia imminente.

Quando ci accorgiamo della presenza di tali caratteristiche, l’ansia non è la nostra alleata, ma ci ostacola nel raggiungimento dei nostri obiettivi, ci rende la vita difficile ed è quindi necessario chiedere un aiuto specialistico.

Valentina Bennati

L’IMPORTANZA DI CONOSCERE LE EMOZIONI

Le emozioni rappresentano il termometro di come vanno le cose, ci orientano nelle scelte e nel comportamento guidandoci nel modificare le nostre credenze e i nostri scopi e fungono da motore e ragione ultima del nostro comportamento.

La differenza tra le emozioni “funzionali”(che ci permettono di raggiungere i nostri scopi, obiettivi) e le emozioni “non funzionali” è una differenza di quantità, ossia di intensità e durata: le emozioni ci allontanano dal raggiungimento dei nostri scopi importanti quando hanno una durata (frequenza) e intensità maggiore.

TIPOLOGIA

  • Primarie: non vengono apprese e sono universali. Amore, gioia, sorpresa, collera, tristezza, paura.
  • Secondarie: l’espressione viene dettata dalle regole sociali di un popolo, ma le emozioni vengono sentite nello stesso modo. Imbarazzo, gelosia, colpa, orgoglio, invidia, vergogna, disgusto.

FUNZIONI

  • Preparare all’azione
  • Comunicazione

COMPONENTI

  • Attivazione fisiologica
  • Espressione facciale
  • Cognitiva (valutazioni)
  • Tendenza all’azione (comportamento)

Conoscere le componenti delle diverse emozioni è importante in quanto ci aiuta sia a capire l’emozione provata sia a modificarla, attraverso l’alterazione delle varie componenti stesse.

La difficoltà nel comprendere e gestire un’emozione (ansia, rabbia, colpa…) influisce negativamente sulla qualità di vita e ci impedisce di raggiungere quelli che sono i nostri obiettivi, i nostri desideri.

Conoscere e comprendere quello che stiamo provando ci aiuta a percepire noi stessi come in grado di affrontare le varie situazioni ed a compiere scelte consapevoli che ci guidano verso la realizzazione dei nostri desideri e la soddisfazione dei nostri bisogni.

Valentina Bennati