QUANDO LA COPPIA SI SEPARA

La fine di una relazione di coppia è un evento destabilizzante, in quanto comporta la necessità di ridefinire il proprio ruolo, modificare i punti di riferimento ed elaborare la separazione dal partner.

La separazione è un vero e proprio lutto da elaborare ed in quanto lutto, necessita del passaggio attraverso alcune fasi nelle quali si parte da un’iniziale periodo di protesta e disperazione per arrivare alla fase conclusiva del perdono e dell’adattamento alla nuova condizione.

Tale processo di separazione dipende da diversi fattori:

  • individuali (storia personale, capacità di adattamento alla perdita, percezione di “potercela fare”…)
  • relazionali (modalità di gestione delle difficoltà e dei conflitti, tipo di legame di attaccamento…)
  • sociali (aspetti economici, cultura di appartenenza…).

Separarsi dal partner significa separarsi da quella che costituiva la nostra principale figura di riferimento e può riattivare memorie di esperienze di separazione dalla figura genitoriale vissute nei primi anni di vita e che non sono ancora risolte. Per tale motivo, in alcuni casi, la fine di una relazione di coppia può costituire un vero e propria trauma e necessita dell’aiuto del terapeuta.

Valentina Bennati

ESERCIZIO DI MEDITAZIONE: Il sé osservante

Porta la tua attenzione a ciò che ti sta attorno. Guardati in giro: cosa vedi? Magari ci sono delle finestre o dei mobili nel tuo campo visivo o magari sei all’aperto.

Presta attenzione a quello che ti circonda e per un minuto stai su questa esperienza di osservazione.

Adesso sposta la tua attenzione agli oggetti che stai toccando in questo momento, anche semplicemente la sedia che ti sostiene. Presta attenzione a questa esperienza di te che osservi ciò che stai toccando.

Adesso porta l’attenzione al tuo corpo. Ci stiamo avvicinando agli oggetti che hanno una rilevanza personale per te. Il tuo corpo è tuo, però non è “te”. Nota come puoi cogliere i diversi segnali che arrivano dalle varie parti del corpo: nota che sei “tu” ad osservare il tuo corpo. E ancora apprezza la distinzione tra il corpo che senti e che vedi e il “tu” che osserva.

Per un minuto concentrati solo sulle sensazioni provenienti dal tuo corpo.

Adesso sposta l’attenzione alle tue emozioni e ai tuoi pensieri. Nota come puoi sperimentare emozioni e pensieri e nota il “te” che sta osservando l’esperienza.

Porta ora l’attenzione alle tue convinzioni su di te, a che tipo di persona pensi di essere, al tuo carattere, al ruolo che ricopri nei vari ambiti della tua vita.

Questo è il modo in cui ti descrivi e probabilmente ci tieni molto a queste idee su di te. Nota che puoi sentirti una persona onesta o isolata o senza valore.

Considera che, a seconda dei periodi della tua vita, puoi avere creduto di più o di meno a queste etichette.

A volte sei figlio, a volte sei lavoratore, a volte sei paziente. Considera come ognuno di questi ruoli sia connesso in modo specifico a una certa situazione. I pensieri, le emozioni sono stati transitori e tutto cambia a seconda di come leggiamo le situazioni.

Porta l’attenzione su quel “tu” che è il punto da cui tutte queste osservazioni provengono.

Il momento presente, il qui ed ora, è il punto dal quale osservi. E’ il tuo punto di riferimento ed è l’unica cosa rimasta costante nel corso di tutta la tua vita.

Non gli oggetti del tuo ambiente, non il tuo corpo, non i tuoi pensieri o le tue percezioni e nemmeno i tuoi ruoli o le convinzioni radicate che hai su te stesso.

L’unica cosa che ti accompagna e resta sempre con te in tutto questo è il “qui” o il “tu” che osserva.

Considera come tutte le cose contro cui hai lottato e che hai tentato di cambiare non sono te in ogni caso.

Prova a vedere se riesci ad allentare un po’ la presa, a lasciar correre le cose, forte della consapevolezza di essere stato sempre “te stesso” in ogni cosa che hai attraversato.

Fonte: Neziroglu F., Donnelly K. (2016). Fuori da me. Superare il disturbo di depersonalizzazione. Erickson (pg 85-86)

CEFALEA E PERSONALITA’: Quali sono le persone maggiormente colpite?

Esistono alcune somiglianze nei tratti di personalità tra coloro che soffrono di cefalea, pur tenendo conto della diversa storia personale e delle esperienze soggettive di ciascun individuo che stanno alla base delle varie patologie alle quali il soggetto stesso può andare incontro.

Quali sono queste somiglianze?

  • Tendenza a somatizzare pensieri disturbanti: alcuni studi dimostrano che tali persone in genere tendono a manifestare il loro disagio attraverso il corpo. Quando è difficile comunicare con la mente, è il corpo a parlare.
  • Tendenza a sentirsi sotto stress in varie situazioni (lavoro e vita quotidiana): alcune persone riferiscono di non riuscire a trovare momenti di svago e di riposo. Vi è una grossa difficoltà a rilassarsi.
  • Sono comuni tratti di perfezionismo, ambizione e rigidità: spesso è presente una notevole aspettativa verso sé stessi, un forte senso del dovere e la tendenza a chiedere a sé stessi sempre di più.
  • Incapacità di affidare ad altri compiti di responsabilità: sia perché è presente la convinzione che “io lo faccio sicuramente meglio”, sia per la scarsa fiducia verso l’altro.
  • Tendenza a scaricare l’ostilità e la rabbia attraverso un “attacco di mal testa”: quando la rabbia non può essere scaricata verso l’esterno, viene rivolta verso di sé.
  • Tendenza ad esprimere sentimenti di colpa attraverso il dolore fisico: in genere si parla di senso di colpa nei confronti dell’altro per qualcosa di cui il soggetto si ritiene responsabile.

Fonte: Bussone, Casucci, Frediani, Manzoni, Bonavita. Le cefalee: manuale teorico-pratico. Ed. Springer.

Valentina Bennati

IMPARARE A RICONOSCERE LA DEPRESSIONE

Depressione non vuol dire solo uno stato di profonda tristezza che è visibile a tutti. Si può essere depressi anche se non ce ne rendiamo conto, anche se agli occhi degli altri sembriamo contenti, apparentemente soddisfatti della nostra vita. Magari cerchiamo di farci vedere così!

Invece dentro di noi ci sentiamo infinitamente stanchi, privi di energia, annoiati da ciò che ci circonda, privi di interesse anche per le cose che fino a poco tempo prima ci appassionavano.

Ci sentiamo lontani e distaccati da chi ci sta intorno, anche dai nostri familiari e questo ci fa sentire tremendamente in colpa. Ma loro non ci capiscono, ci dicono “forza, tirati su, reagisci, mettici l’impegno e tutto si risolve!”. E così ci sentiamo sempre più soli, impotenti e senza speranza. Tutto il nostro mondo, il futuro, gli altri e noi stessi si coprono di un velo scuro, attraverso il quale è difficile vedere la luce.

Quindi è depressione?

Per parlare di depressione, di disturbo depressivo maggiore, devono essere presenti alcuni elementi, tra i quali marcato e duraturo umore depresso, mancanza di interesse, sintomi fisici e mentali (insonnia, scarso appetito, difficoltà di concentrazione, agitazione, sentimenti di inutilità…) per una durata di almeno due settimane e tali sintomi devono interferire in modo significativo con la vita quotidiana. La diagnosi di depressione viene fatta dallo specialista dopo una valutazione iniziale dei sintomi presentati, delle cause e dei fattori che mantengono il disturbo.

Forse non soffri di depressione, ma se hai qualche sintomo tra quelli elencati potresti essere a rischio. Di seguito ci sono alcune domande che, provando a rispondere, potrebbero aiutarti a capire se le emozioni che provi, i tuoi pensieri e il tuo comportamento rientrano nel quadro presentato.

Nel caso fosse così non esitare a chiedere aiuto.

  • Cosa senti fisicamente? Avverti qualche cambiamento nel tuo corpo?
  • A cosa pensi?
  • Quali emozioni provi?
  • Cosa fai e/o eviti di fare?

(www.istitutobeck.com)

Valentina Bennati

ESERCIZIO PER MANTENERSI NEL PRESENTE: GETTA L’ANCORA

Questo è un semplice esercizio per concentrarti e connetterti con il mondo intorno a te. Praticalo durante il giorno, in particolare tutte le volte che ti trovi incastrato nei tuoi pensieri ed emozioni.

  1. Pianta i tuoi piedi forte sul pavimento.
  2. Spingili verso il basso e senti il pavimento sotto di te che ti sta sostenendo.
  3. Nota la tensione dei muscoli delle tue gambe mentre spingi i tuoi piedi verso il basso.
  4. Nota il tuo corpo nella sua totalità e la sensazione della gravità che fluisce verso il basso attraverso la tua testa, la spina dorsale e le gambe fino ai piedi.
  5. Nota ciò che puoi sentire. Nota cosa stai facendo in questo momento.
  6. Adesso fai qualche respiro profondo e guarda se riesci a respirare giù fino in fondo ai tuoi piedi. E mantienili fermamente premuti sul pavimento.
  7. Nota come la tua mente continua a cercare di trascinarti da qualche altra parte e vedi se riesci a restare presente.
  8. Adesso guardati intorno e nota cosa puoi vedere e udire intorno a te. Nota dove sei e cosa stai facendo.

Fonte: Harris R. (2011). Fare ACT. Una guida pratica per professionisti all’Acceptance and Commitment Therapy. FrancoAngeli (pg 210)

PENSIERO O OSSESSIONE?

Tutti noi abbiamo pensieri senza senso e indesiderati che si possono presentare durante la giornata. Per esempio, non ti è mai capitato di pensare e desiderare che una persona che ti ha fatto stare male muoia? O pensare di non aver chiuso la porta di casa o il rubinetto del gas? Oppure pensare di buttarti di sotto dalla macchina mentre corre?

Certo sono pensieri strani, che puoi considerare assurdi, completamente scollegati dal contesto, dal tuo modo di vivere e dai tuoi valori. Ma compaiono e non ci puoi fare niente e più ti sforzi di non pensarci e più loro sembrano essere più forti e intrusivi.

Abbiamo questi pensieri perché noi esseri umani siamo fatti così, abbiamo bisogno di immaginare più scenari possibili e quelli anche peggiori e “impensabili”. E’ nel nostro DNA.

Quando questi pensieri intrusivi diventano ossessioni?

  • quando si presentano con una frequenza eccessiva, tale da interferire con l’organizzazione della giornata
  • quando viene dato a questi pensieri una valenza drammatica, ovvero quando vengono interpretati come estremamente significativi e pericolosi.

In genere quando compare in testa il pensiero “avrò chiuso la porta di casa?”, se siamo ancora lì possiamo controllare una volta e poi continuiamo con le nostre attività. Questo succede quando riusciamo a passarci sopra, quando non consideriamo questo pensiero talmente importante da dedicargli tutta la nostra attenzione.

Ma se ne siamo ossessionati cosa succede?

  • L’idea che ci ossessiona si presenta in modo ricorrente e intrusivo
  • Genera angoscia e ansia
  • Spinge a pensarci di continuo e a mettere in atto azioni per risolvere il problema o azzerare con certezza assoluta il timore oggetto del nostro pensiero

Non importa quanto sei convinto che il tuo pensiero sia assurdo, non fondato e sbagliato! Non importa quanto sei consapevole delle conseguenze dei tuoi pensieri e delle azioni che metti in atto per scacciarli e per ridurre l’angoscia!

Devi farlo! Devi pensarci più volte e devi fare qualcosa in tutti i modi! Perché?

  • Perché non tolleri il rischio che qualcosa sia sfuggito al tuo controllo
  • Perché non ti fidi più della validità del tuo ricordo, della tua memoria (è normale più si ripete un azione o più si pensa ad una cosa e più siamo portati a dubitare delle nostre percezioni)

Non stai impazzendo. Tutti noi vorremmo avere il controllo sulla nostra vita. Tutti noi vorremmo maggiori certezze.

Succede che molte persone riescono a passare sopra a questi desideri e continuano a vivere così, accettando il fatto che qualcosa può accadere anche al di fuori della loro volontà e responsabilità.

Il fatto che tu non ci riesca non vuol dire che hai qualcosa che non va. Semplicemente stai vivendo qualcosa di più serio e hai bisogno di essere aiutato per capire cosa sta accadendo nella tua vita, in modo da tornare ad essere più libero e non più imprigionato nei tuoi pensieri.

Fonte: Mancini, 2016. La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo. Raffaello Cortina Editore

Valentina Bennati

INFEDELTA’: le conseguenze di un tradimento

Il tradimento si verifica generalmente nelle fasi di cambiamento della coppia o di uno dei due partner. Per cambiamento intendiamo anche avvenimenti positivi all’interno della coppia (come la nascita di un figlio, una promozione sul lavoro, gravidanze) e non solo quindi avvenimenti negativi (come lutti, aborti, malattia) (Johnson, 2008).

Cosa succede durante questi cambiamenti?

In questi momenti le richieste dei singoli partner possono essere differenti. Per esempio uno dei due partner può sentire maggiormente il bisogno di essere accudito e l’altro partner può non cogliere questa sua necessità, può sentirsi disorientato o non in grado di offrire vicinanza e conforto.

In questo caso entrambi i partner (sia chi chiede aiuto, sia chi non è in grado di rispondere alla richiesta di aiuto) possono cercare all’esterno della coppia una fonte di conforto e iniziare una relazione parallela.

Che effetto ha il tradimento sulla persona tradita?

Il tradimento può essere considerato un vero e proprio trauma. Tradire a livello sessuale vuol dire:

  • tradire i bisogni di vicinanza e supporto, ma anche di accudimento del partner
  • mettere a rischio la progettualità condivisa all’interno della coppia
  • incidere sull’autostima del partner, in quanto viene messa in discussione la sua attrattiva sessuale
  • ridurre le occasioni ludiche all’interno del rapporto che alimentano la complicità
  • riattivare traumi infantili legati all’abbandono, all’inganno, al mancato riconoscimento del proprio valore (Verardo, 2017).

Il tradimento ha impatto diverso nella persona, in base alla sua storia e alle sue vulnerabilità. Richiede un percorso di elaborazione nella stessa misura con la quale viene elaborato un lutto per una perdita.

Valentina Bennati

CICLO COGNITIVO DELLA MEDITAZIONE (da ricordare durante la pratica di Mindfulness)

  1. Attenzione focalizzata sull’oggetto. Sono immerso nelle sensazioni del respiro; sento l’aria fresca che entra e l’aria calda che esce dalle narici e il ventre che si alza e si abbassa. Seguo ogni inspirazione ed ogni espirazione mantenendomi vigile e attento ad ogni aspetto del respiro che riesco a cogliere; noto anche le pause tra l’inspirazione e l’espirazione.
  2. Distrazione e vagabondaggio mentale. Inizio spontaneamente a pensare ad una preoccupazione per il lavoro, per una discussione che ho avuto con un collega o con il capo… Mi concentro su cosa sto provando… ansia, rabbia… dove le sento nel corpo… le spalle che si contraggono…
  3. Sganciamento e rifocalizzazione e riaggancio all’oggetto. Con gentilezza, calma, accolgo ciò che è accaduto senza giudicarmi, senza criticarmi e riporto l’attenzione sul respiro. Ricordo a me stesso che posso concedermi, ancorandomi al respiro, di vivere qui ed ora, almeno durante questi minuti di meditazione.
  4. Presa di coscienza del vagabondaggio. Ecco mi sono perso nei pensieri, li osservo senza scacciarli, prendo consapevolezza delle immagini, delle emozioni e di tutte le sensazioni che la mente produce naturalmente e che mi hanno distratto, le osservo e ne attendo il loro dissolversi.

Fonte: Ennio Preziosi (2017). Corso di Meditazione di Mindfulness. Conosco, conduco, calmo il mio pensare. Seconda edizione. FrancoAngeli (p. 52)

NELLA MENTE DELLA DIPENDENZA DA INTERNET

Accessibilità, Controllo e Eccitazione. Tre fattori alla base della dipendenza da Internet.

  • Accessibilità. Facilità e velocità con cui un soggetto può soddisfare, 24 ore su 24, i suoi bisogni virtuali, in quanto oggi è possibile collegarsi ad Internet in qualsiasi momento e luogo attraverso tablet, smartphone e computer.
  • Controllo. Sensazione che il soggetto sperimenta quando utilizza Internet. E’ presente un’illusione di poter controllare gli altri, le proprie emozioni e i propri comportamenti. Tale illusione dà all’utente un forte senso di “onnipotenza”.
  • Eccitazione. Data dagli effetti dell’utilizzo di Internet: immagini, suoni, video portano i soggetti ad un’elevata attivazione emotiva nel momento in cui navigano.

Accessibilità, controllo ed eccitazione aumentano la probabilità che il soggetto ripeta nel tempo quell’azione, alimentando così un circolo vizioso che trasformerà il comportamento da normale in patologico (Young, 1998).

Il dipendente da Internet utilizza il mezzo in maniera esclusiva e totalizzante, instaurando un legame così forte che il computer diventa la nuova relazione primaria della sua vita (Orzack, 1999).

L’uso scorretto e patologico di Internet crea in genere la tentazione o la necessità di una vita parallela più o meno segreta, che meno si fa conoscere agli altri e più rende possibile la gestione dell’angoscia. Quando il soggetto è in rete si trova a sperimentare esperienze in cui trionfa sopra ogni cosa l‘onnipotenza, in cui nella fantasia degli scenari e delle sensazioni interiori si perde ogni limite e in cui finalmente tutto diventa permesso e possibile.

In caso di brusca interruzione dell’uso, provocata in genere da un familiare, preoccupato dalle conseguenze sociali che ogni dipendenza patologica determina, possono manifestarsi stati dansia, agitazione, rabbia e comportamenti aggressivi, proprio come accade in una crisi di astinenza.

Si va incontro ad un progressivo ritiro sociale, con la rinuncia alle relazioni dal vivo che si riducono numericamente e vengono rimpiazzate da quelle online. In situazioni gravi l’unica forma di relazione fa riferimento a un generico rapporto con il web. Le attività sportive o gli hobby che prevedono l’uso del corpo fisico non sono più fonte di interesse e vengono trascurate o abbandonate. Possono aumentare, invece, tutte quelle attività definibili internet-correlate, come dedicare molto tempo alla ricerca di computer o periferiche sempre più tecnologiche e capaci quindi di velocizzare e facilitare la connessone alla rete. L’interesse per il mondo virtuale, compresi i sistemi operativi e i software, sembra sostituire quello per la vita reale, che diventa un luogo dove non si riesce più a stare (Caretti e La Barbera, 2005; Tonioni 2013).

Fonte: “Dipendenza 2.0: il trattamento cognitivo della dipendenza da Internet negli adulti” Valentina Bennati, 2020. (Tesi di specializzazione in Psicoterapia cognitivo-comportamentale)

Valentina Bennati

PREVENZIONE DELLE RICADUTE NELLA DIPENDENZA DA INTERNET: Mindfulness Based Relapse Prevention (MBRP)

La Mindfulness è una tecnica meditativa che consiste nel prestare attenzione, nel momento presente, in modo intenzionale e non giudicante ai propri pensieri, alle proprie sensazioni corporee e alle proprie emozioni.

La Mindfulness Based Relapse Prevention (MBRP) è un protocollo di Mindfulness specifico per la prevenzione delle ricadute delle dipendenze da sostanze e comportamentali (Witkiewitz et al., 2005). La MBRP è strutturata come un protocollo di integrazione delle pratiche meditative orientali con i principi di psicoterapia cognitivo-comportamentale applicata alla dipendenza e agisce su stress, emozioni negative e comportamento patologico di ricerca di piacere derivante dall’utilizzo di Internet.

Si svolge in gruppo e l’obiettivo è quello di entrare in contatto con l’esperienza attuale.

Il dipendente da Internet affronterà il proprio disagio senza sfuggire da esso, imparerà a gestire le proprie emozioni e i propri impulsi che spesso lo portano a fare sesso online e giocare d’azzardo online. L’obiettivo sarà quello di guardare alla ricaduta, senza giudicarla né criticarla, ma affrontarla come se fosse un’opportunità di cambiamento e non come una sconfitta o un fallimento (fallire non significa “sono un fallito”, ma “ho fallito, però posso farcela”).

Con questo protocollo si cerca di aiutare il soggetto a comprendere gli schemi che lo legano alla dipendenza, con la possibilità di uscire da questi e allontanarsi dai comportamenti patologici.

La struttura del protocollo MBRP si articola in otto incontri a cadenza settimanale della durata di circa due ore. In ogni incontro vengono trattati diversi argomenti:

  • Pilota automatico e ricaduta: gli automatismi ci portano ad agire senza consapevolezza e ci spingono alla ricerca di gratificazione attraverso un comportamento disfunzionale come l’utilizzo incontrollato e patologico di Internet. L’obiettivo è quello di comprendere il perché il soggetto agisce con il pilota automatico.
  • Consapevolezza degli eventi che innescano la dipendenza da Internet: l’obiettivo è quello di comprendere le esperienze di vita che scatenano pensieri, emozioni e comportamenti disfunzionali legati all’uso di Internet.
  • La Mindfulness nella vita quotidiana: l’obiettivo è quello di portare la consapevolezza nella vita di tutti i giorni.
  • La Mindfulness nei comportamenti ad alto rischio: l’obiettivo è quello di insegnare al soggetto come utilizzare la Mindfulness nelle azioni che attivano il processo di dipendenza da Internet.
  • Accettazione e comportamento efficace: l’obiettivo è quello di imparare ad accettare alcune emozioni come ansia, rabbia e tristezza in modo che il soggetto possa compiere un’azione più efficace.
  • Vedere i pensieri come pensieri: l’obiettivo è quello di analizzare i pensieri che si attivano nel momento in cui si utilizza Internet in modo incontrollato e imparare a considerarli come semplici ipotesi e schemi mentali e non come realtà assolute.
  • Cura di sé e stile di vita equilibrato: l’obiettivo è quello di esaminare lo stile di vita attuale del soggetto, per comprendere cosa può essere dannoso e ad alto rischio per poi costruire un piano d’azione mirato alla cura del corpo e della mente.

Fonti:

  • www.istitutobeck.com
  • Witkiewitz K., Marlatt G.A., Walker D. (2005). Mindfulness-based relapse prevention for alcohol and substance use disorder. Journal of cognitive psychotherapy, 19(3), 211-228

Valentina Bennati