TRAUMA E PERSONALITA’: la vita su due binari

Quando subiamo un trauma (per esempio un abuso sessuale, fisico, emotivo, circoscritto nel tempo oppure ripetuto nel corso del tempo) tutta la nostra vita è stravolta. Ci troviamo di fronte ad una nuova realtà che ci appare diversa, confusa e difficile da gestire. Può capitare di avere l’impressione che una parte di noi continui nella vita di tutti i giorni, come se niente fosse successo, mentre l’altra parte rimane bloccata e non partecipa alla vita quotidiana, in quanto è rimasta là dove tutto si è fermato, a quell’evento traumatico che ci ha cambiato la vita. Tutto questo non ci deve far paura perché è normale, è una modalità che la nostra mente ha adottato per permetterci di andare avanti nonostante tutto.

Ci troviamo quindi di fronte ad una parte della nostra personalità che gestisce la vita quotidiana e cerca di evitare in tutti i modi il ricordo traumatico e ad una parte di personalità che invece è rimasta bloccata nell’esperienza traumatica, pronta a difendersi dalla minaccia. La parte bloccata al trauma, assume vari aspetti e per questo parliamo di diverse parti di personalità. Tutte le varie parti hanno una ragione per esistere! Sono aspetti aspetti di noi stessi in conflitto tra di loro, a causa del trauma subito.

Ci possono essere parti giovani e bambine (esprimono sentimenti di desiderio, solitudine, bisogno di accudimento e paura dell’abbandono); parti che aiutano (si prendono cura delle altri parti nel tentativo di consolare noi stessi); parti che imitano le persone che ci hanno fatto male (difficili da accettare, esprimono rabbia e terrorizzano le altre parti. E’ importante capire che sono rappresentazioni e non sono la stessa cosa delle persone che ci hanno fatto del male!); parti che lottano (difendono le altre parti, si sentono forti) o anche parti che provano vergogna.

Non dobbiamo fare altro che ascoltarle e con l’aiuto di un terapeuta dobbiamo imparare a farle conciliare. Quello che ci sta capitando è comune a coloro che come noi hanno subito un trauma.

(Boon S., Steele K., Van der Hart O. Coping with trauma-related dissociation. Skills training for patient and their therapists. W.W. Norton & Company, 2011)

Valentina Bennati

DISSOCIAZIONE

In psicopatologia con il termine Dissociazione vengono indicati tre concetti differenti ma in relazione tra di loro:

  • Una categoria diagnostica (Disturbi dissociativi)
  • Un gruppo di sintomi (Sintomi dissociativi)
  • Alcuni processi patogenetici causati da esperienze traumatiche che interferiscono con l’integrazione delle funzioni psichiche (Dimensione dissociativo-traumatica).

La dissociazione o disgregazione (Desaggregation per Janet) può essere definita come un deficit delle funzioni mentali integratrici, ovvero un fallimento di funzioni cognitive che consentono di elaborare l’esperienza, come la metacognizione (capacità di riflessione e riconoscimento dello stato mentale proprio e altrui), la memoria autobiografica ( memoria riferita alla storia personale dell’individuo), la coscienza, il concetto di schema corporeo

Vi sono due tipologie di dissociazione:

  1. Compartimentazione: processo in cui non vengono integrate alcune funzioni che normalmente lo sarebbero, come la memoria, l’identità, lo schema e l’immagine corporea. Questo processo è visibile all’esterno attraverso diversi sintomi: amnesie dissociative (impossibilità nel ricordare notizie personali), stati dell’io non integrati (dissociazione strutturale della personalità), sintomi di conversione, sintomi da dolore psicogeno, somatizzazioni, emergere di ricordi traumatici dell’infanzia.
  2. Distacco o alienazione: i sintomi rimandano all’esperienza di sentirsi alienati dalle proprie emozioni, dal proprio corpo, dalla realtà. Parliamo di depersonalizzazione (alienazione dell’esperienza di sé), derealizzazione (alienazione dell’esperienza di realtà esterna), anestesia emotiva transitoria, emotional numbing, disorientamento spazio-temporale, torpore, stati crepuscolari, oniroidi, ipnoidi, stato confusionale.

(Bromberg, P. (2007). Clinica del trauma e della dissociazione. Cortina)

Valentina Bennati

EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing)

Cos’è l’EMDR?

L’EMDR, Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti Oculari, è una tecnica psicologica per il trattamento dei problemi emotivi causati da esperienze di vita disturbanti (eventi traumatici, come aggressioni e calamità naturali) ed eventi disturbanti nell’infanzia.

Quando si usa?

La ricerca scientifica ha stabilito che l’EMDR è efficace nel trattamento di:

  • stress post-traumatico
  • attacchi di panico e disturbi d’ansia
  • depressione
  • lutto complicato
  • abusi sessuali e/o fisici

Come funziona?

L’EMDR ha un effetto diretto sulla modalità di funzionamento del cervello: riconosce la componente fisiologica delle difficoltà emotive ed affronta direttamente queste sensazioni fisiche, le convinzioni negative, le emozioni e altri sintomi disturbanti.

Per questo possiamo considerare l’EMDR come un metodo terapeutico a base fisiologica che aiuta le persone a sentire il ricordo di esperienze traumatiche in modo nuovo e meno disturbante.

Quando avviene un evento disturbante, questo può rimanere racchiuso nella memoria con le sue immagini originali, i suoni, i pensieri, le emozioni e le sensazioni corporee, dovuto all’impatto emotivo in quel momento. L’EMDR sembra stimolare la capacità di elaborare le esperienze traumatiche attraverso la stimolazione bilaterale alternata.

Durante l’EMDR il terapeuta lavora con il paziente per l’identificazione del problema specifico, oggetto della terapia, attraverso un protocollo specifico che prevede diverse fasi. Durante tali fasi viene chiesto al paziente di descrivere l’evento negativo che gli causa sofferenza (importante sottolineare che si lavora sul ricordo dell’evento, ossia su come il soggetto ha impresso nella memoria l’evento) e gli elementi associati a tale ricordo:

  • immagine traumatica (Qual’è la parte peggiore dell’evento?)
  • cognizione negativa (Cosa si dice di negativo di sé il soggetto rispetto all’evento?)
  • emozioni disturbanti (Cosa prova ancora pensando a quel momento?)
  • sensazioni fisiche (Dove le sente nel corpo?)

Il terapeuta aiuta l’elaborazione attraverso movimenti guidati degli occhi, o altre stimolazioni bilaterali degli emisferi cerebrali.

Durante i set di movimenti oculari il paziente rivive vari elementi del ricordo.

Viene elaborato un ricordo per volta. L’obiettivo è l’elaborazione rapida delle informazioni relative all’esperienza negativa da parte del paziente fino ad un sua risoluzione adattiva, ovvero una notevole riduzione nel livello di disturbo associato all’esperienza traumatica.

Quando un ricordo traumatico è risolto?

Quando diventa un ricordo come gli altri. E’ l’individuo che decide di esplorare il ricordo, non ne è compulsivamente invaso. In altre parole, quando l’evento passato è finalmente davvero ricollocato nel passato (Shapiro, 2013).

In conclusione con il trattamento EMDR il paziente:

  • rivive il ricordo traumatico in sicurezza
  • si desensibilizza nei confronti del ricordo
  • cambia la prospettiva cognitiva
  • traduce il ricordo in parole
  • ricolloca l’evento nel passato
  • assimila e integra l’esperienza.

Valentina Bennati

INTEGRARE I RICORDI TRAUMATICI

Quando le persone ricordano un evento ordinario, non rivivono anche le sensazioni fisiche, le emozioni, gli odori, le immagini o i suoni ad esso associati.

Al contrario, quando le persone ricordano i traumi in modo completo, ne hanno proprio l’esperienza: sono sopraffatti di elementi sensoriali ed emotivi del passato.

Durante i flashback di un ricordo traumatico, per esempio, due aree del cervello risultano spente: l’area che conferisce alle persone la percezione del tempo e della prospettiva, che porta a pensare “E’ accaduto in passato e ora sono al sicuro”, e un’altra area che integra suoni, immagini e sensazioni del trauma all’interno di una storia coerente. Se queste aree del cervello sono disattivate, si vive l’evento come sotto forma di frammenti di sensazioni, emozioni e immagini e non come se avesse un inizio, una parte centrale ed una fine (Van Der Kolk, 2015) .

Un trauma può essere elaborato con successo se tutte le strutture del cervello rimangono attive e collegate. In questo modo mentre si ricorda ciò che è accaduto, la persona può integrare il ricordo traumatico e collocarlo nel passato, altrimenti, se il cervello è disattivato non ci sarà integrazione ed elaborazione.

Valentina Bennati

TRAUMA E CORPO: connettersi con le sensazioni fisiche

Le vittime di traumi non possono guarire finché non familiarizzano con le loro sensazioni corporee. Il corpo dei bambini abusati, per esempio, è teso e sulla difensiva almeno fino a quando non riescono a trovare un modo per rilassarsi e sentirsi al sicuro.

Prendere consapevolezza del proprio corpo, delle proprie sensazioni fisiche e del modo in cui il corpo interagisce con il mondo che lo circonda è il primo passo verso il cambiamento.

Il percorso terapeutico con questi pazienti inizia aiutandoli prima di tutto a notare i vissuti del loro corpo, le sensazioni fisiche e successivamente a descriverli.

Parte del lavoro è dedicata anche all’individuazione delle sensazioni associate al rilassamento e al piacere. Si cerca di aiutare la persona a prestare attenzione ai minimi cambiamenti corporei, come il senso di oppressione toracica o i tremori agli arti, quando parlano di eventi negativi.

In questo modo aumenta la loro consapevolezza del respiro, dei propri gesti e dei movimenti.

Valentina Bennati