ECCO PERCHE’ MI PIACE MANGIARE LENTAMENTE

La maggior parte delle persone in sovrappeso mangia troppo velocemente per abitudine, per rispondere alle richieste altrui o per trovare conforto.

Mangiando velocemente non diamo il tempo al nostro cervello per ricevere e processare i messaggi che il corpo gli invia quando è sazio. Questo porta inevitabilmente a non percepire più la propria fame: non sappiamo se mangiamo per fame, perché è semplicemente arrivata l’ora di mangiare, perché non sappiamo cosa fare o perché qualcuno si aspetta che lo facciamo.

Lasciamo lavorare il nostro corpo

Il nostro corpo è una macchina favolosa. Ogni volta che introduciamo il cibo in bocca, i recettori valutano consistenza e sapore del cibo e ci permettono di capire se ci piace o meno, se è dolce o salato… Se approviamo ciò che stiamo ingerendo, mastichiamo, mandiamo giù il boccone e passiamo al successivo fino a che non finiamo tutto quello che abbiamo nel piatto.

Il cibo passa poi dall’esofago, allo stomaco e raggiunge l’intestino. Qui le nostre cellule cominciano ad assorbire il glucosio e altre sostanze nutritive e solo ora secernono gli ormoni della sazietà che ci dicono che abbiamo mangiato a sufficienza.

Mangiando velocemente non abbiamo il tempo di percepire questo passaggio e non lasciamo lavorare bene il nostro corpo.

Cosa succede? Continuiamo a mangiare anche se siamo sazi.

Possiamo però sempre imparare e abituare il nostro corpo a mangiare lentamente.

Iniziamo a porci tre domande fondamentali mentre stiamo mangiando:

  • Quanta fame ho realmente?
  • Sto mangiando lentamente o velocemente?
  • Ho davvero così fame da desiderare una quantità così abbondante?

Questo è l’inizio per mangiare in modo consapevole e tenere a bada il nostro peso.

Nel prossimo articolo potrete trovare le linee guida da seguire per imparare a mangiare in modo consapevole avendo il controllo di voi stessi.

Fonte: Tahon P., 2019. Metti a dieta la tua mente. Il metodo rivoluzionario per dimagrire usando il cervello. Gribaudo

Valentina Bennati

LUTTO MULTIPLO: LA PERDITA DI PIU’ PERSONE CARE

Elaborare il lutto per la morte di una persona cara è un processo naturale, ma lento e doloroso ed ognuno ha i suoi tempi ed i suoi modi. Dal momento in cui veniamo a conoscenza che la persona a cui siamo legati è morta, inizia il processo di elaborazione del lutto, dove tutto è centrato intorno alla perdita, la nostra vita è stravolta e dobbiamo riassestarci. Qui il tempo sembra non passare mai e ogni giorno è più difficile dell’altro. Il dolore lascia in secondo piano il resto del mondo. Ci siamo noi e la nostra dolorosa perdita. Ci concentriamo sulla persona che ci ha lasciato e iniziamo lentamente ad elaborare. E’ un processo naturale che poi porta gradualmente all’accettazione della perdita.

Cosa succede quando perdiamo più di una persona?

L’elaborazione di un lutto singolo è già di per sé un processo doloroso e lento, immaginiamo quanto può essere complesso se le persone che ci lasciano sono 2 o più di 2. Questo può accadere nello stesso evento, per esempio per un incidente automobilistico, un disastro naturale o può verificarsi in successione e in un breve arco temporale, come per esempio una pandemia, come quella che stiamo ancora vivendo per il coronavirus.

In questi casi può capitare che mentre abbiamo iniziato il processo di elaborazione del lutto per la persona che abbiamo perso, la morte di un altro caro ci impone un sovraccarico emotivo ed un impiego maggiore delle nostre risorse necessarie per farvi fronte e tutto questo può ostacolare la normale elaborazione del lutto.

Quali sono le domande e i dilemmi che ci affollano la mente?

  • Come si può affrontare il lutto per più di una morte?
  • Chi ha la priorità? Se mi focalizzo su uno o alcuni defunti e metto in attesa il cordoglio per altri, il lutto si complica?
  • Come posso combattere con i sensi di colpa se “trascuro” una persona?
  • Come posso gestire tutte queste emozioni?
  • Riuscirò ad andare avanti?

Tutte queste domande sono normali. Attraversare un’esperienza così dolorosa mette a dura prova il nostro equilibrio e le nostre risorse.

Come ci muoviamo in questi casi?

Dobbiamo vivere ogni emozione che si presenta e dobbiamo assecondare i nostri bisogni. Il processo di elaborazione richiede sicuramente più tempo e potrà risultare più complicato. Non dobbiamo perdere la speranza e abbandonare le forze. Possiamo farci aiutare da chi abbiamo ancora accanto o possiamo richiedere l’aiuto di un professionista che ci faciliti il percorso di elaborazione.

In genere, nel caso di morti multiple il processo di elaborazione del lutto dovrebbe partire dalla persona defunta con la quale avevamo una relazione meno conflittuale, per poi passare a quelle con le quali avevamo un rapporto più difficile. Ma non per tutti è così a volte una persona può necessitare di oscillare tra le varie persone care o partire dalla relazione più complicata.

Quello che conta sono i significati che attribuiamo alla perdita, le nostre emozioni e i nostri bisogni. E’ da lì che dobbiamo iniziare.

Fonte: Onofri A., La Rosa C., (2015). Il lutto. Psicoterapia cognitivo evoluzionista e EMDR. Giovanni Cortina Editore

Valentina Bennati

QUANDO LA COPPIA SI SEPARA

La fine di una relazione di coppia è un evento destabilizzante, in quanto comporta la necessità di ridefinire il proprio ruolo, modificare i punti di riferimento ed elaborare la separazione dal partner.

La separazione è un vero e proprio lutto da elaborare ed in quanto lutto, necessita del passaggio attraverso alcune fasi nelle quali si parte da un’iniziale periodo di protesta e disperazione per arrivare alla fase conclusiva del perdono e dell’adattamento alla nuova condizione.

Tale processo di separazione dipende da diversi fattori:

  • individuali (storia personale, capacità di adattamento alla perdita, percezione di “potercela fare”…)
  • relazionali (modalità di gestione delle difficoltà e dei conflitti, tipo di legame di attaccamento…)
  • sociali (aspetti economici, cultura di appartenenza…).

Separarsi dal partner significa separarsi da quella che costituiva la nostra principale figura di riferimento e può riattivare memorie di esperienze di separazione dalla figura genitoriale vissute nei primi anni di vita e che non sono ancora risolte. Per tale motivo, in alcuni casi, la fine di una relazione di coppia può costituire un vero e propria trauma e necessita dell’aiuto del terapeuta.

Valentina Bennati

ESERCIZIO DI MEDITAZIONE: Il sé osservante

Porta la tua attenzione a ciò che ti sta attorno. Guardati in giro: cosa vedi? Magari ci sono delle finestre o dei mobili nel tuo campo visivo o magari sei all’aperto.

Presta attenzione a quello che ti circonda e per un minuto stai su questa esperienza di osservazione.

Adesso sposta la tua attenzione agli oggetti che stai toccando in questo momento, anche semplicemente la sedia che ti sostiene. Presta attenzione a questa esperienza di te che osservi ciò che stai toccando.

Adesso porta l’attenzione al tuo corpo. Ci stiamo avvicinando agli oggetti che hanno una rilevanza personale per te. Il tuo corpo è tuo, però non è “te”. Nota come puoi cogliere i diversi segnali che arrivano dalle varie parti del corpo: nota che sei “tu” ad osservare il tuo corpo. E ancora apprezza la distinzione tra il corpo che senti e che vedi e il “tu” che osserva.

Per un minuto concentrati solo sulle sensazioni provenienti dal tuo corpo.

Adesso sposta l’attenzione alle tue emozioni e ai tuoi pensieri. Nota come puoi sperimentare emozioni e pensieri e nota il “te” che sta osservando l’esperienza.

Porta ora l’attenzione alle tue convinzioni su di te, a che tipo di persona pensi di essere, al tuo carattere, al ruolo che ricopri nei vari ambiti della tua vita.

Questo è il modo in cui ti descrivi e probabilmente ci tieni molto a queste idee su di te. Nota che puoi sentirti una persona onesta o isolata o senza valore.

Considera che, a seconda dei periodi della tua vita, puoi avere creduto di più o di meno a queste etichette.

A volte sei figlio, a volte sei lavoratore, a volte sei paziente. Considera come ognuno di questi ruoli sia connesso in modo specifico a una certa situazione. I pensieri, le emozioni sono stati transitori e tutto cambia a seconda di come leggiamo le situazioni.

Porta l’attenzione su quel “tu” che è il punto da cui tutte queste osservazioni provengono.

Il momento presente, il qui ed ora, è il punto dal quale osservi. E’ il tuo punto di riferimento ed è l’unica cosa rimasta costante nel corso di tutta la tua vita.

Non gli oggetti del tuo ambiente, non il tuo corpo, non i tuoi pensieri o le tue percezioni e nemmeno i tuoi ruoli o le convinzioni radicate che hai su te stesso.

L’unica cosa che ti accompagna e resta sempre con te in tutto questo è il “qui” o il “tu” che osserva.

Considera come tutte le cose contro cui hai lottato e che hai tentato di cambiare non sono te in ogni caso.

Prova a vedere se riesci ad allentare un po’ la presa, a lasciar correre le cose, forte della consapevolezza di essere stato sempre “te stesso” in ogni cosa che hai attraversato.

Fonte: Neziroglu F., Donnelly K. (2016). Fuori da me. Superare il disturbo di depersonalizzazione. Erickson (pg 85-86)