IMMAGINE E SOCIAL: “Cosa posso postare oggi?”

Foto di persone belle, sorrisi, persone felici, vite meravigliose, famiglie unite…quanta invidia vero quando apriamo Facebook o Instagram? E noi a quel punto iniziamo a pensare a quale foto pubblicare per far vedere che anche noi oggi ce la stiamo passando benissimo.

Quanto tempo perdete sui social a trovare la foto giusta e la frase adatta per ottenere più like? E che delusione se ne arrivano pochi o qualcuno ci fa un commento poco piacevole! Quello che non ci passa per la mente è che magari quella coppia tutta sorridente nella foto passa le giornate a ignorarsi, o l’amico che posta “giornata meravigliosa” passa le ore a lamentarsi della sua vita.

Cosa c’è dietro questo impulso a far apparire idilliaca la nostra vita?

Insicurezza e bisogno di piacere.

Ricerca di approvazione.

Bassa autostima e tendenza ad attribuire ogni successo personale alla fortuna o a coincidenze.

La convinzione di valere poco porta la persona ad aver paura di mostrarsi per ciò che è ed a nascondersi dietro il personaggio ideale e perfetto che non prova ansia e vive una vita gioiosa e senza problemi.

Il personaggio ideale che cerchiamo di mostrare nelle foto non è lontano da quello che siamo!

Il fatto è che siamo troppo impegnati a cercare la luce e il luogo ideale per fotografarlo e ci dimentichiamo di nutrirlo.

Non ci facciamo mai i complimenti per i successi che tutti i giorni raggiungiamo. Non ci premiamo per i nostri sforzi quotidiani e per l’impegno che mettiamo nel lavoro, nelle passioni, in famiglia.

Manca la fiducia in sé stessi. Solo quando stiamo bene con noi stessi, soddisfatti della nostra vita, non abbiamo bisogno dell’approvazione degli altri.

Se riusciamo a dare più valore a noi stessi e ad apprezzare quello che siamo, se smettiamo di darci la colpa per tutto, non ci sarà più la necessità di confrontarsi con gli altri.

Il solo confronto sarà con noi stessi, con quello che eravamo prima.

Valentina Bennati

“TU MI COMPLETI…”

Quante volte ci è capitato di commuoverci sentendo questa frase? Magari guardando un film dove due innamorati si giurano amore eterno, o leggendo un romanzo, oppure lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle, il nostro partner ce lo ha sussurrato o siamo stati noi stessi a dirlo.

Ogni volta ci sembra la migliore dimostrazione di amore che qualcuno ci possa fare e quando immaginiamo il nostro partner ideale vorremmo sentirgli dire proprio quelle tre parole…”Tu mi completi”… e di colpo tutto assume un senso e l’emozione che proviamo ci avvolge e ci sentiamo appagati.

Solitamente pensiamo che nel rapporto di coppia i due partner si completino a vicenda e questo generalmente accade. Questo però non è quello che si può ritenere un rapporto ideale. Ognuno di noi ha dentro di sé tutti gli elementi che sono necessari a farci percepire completi e quello che può fare il nostro partner è aiutarci a far emergere quegli elementi, a farci scoprire le nostre potenzialità allo scopo di arrivare ad affermare la nostra identità e conquistare una nostra autonomia.

Possiamo vedere così il rapporto di coppia come una relazione dove regna la parità e la reciprocità, dove entrambi i partner sono capaci di offrire aiuto e allo stesso tempo ricevere aiuto, in un continuo arricchimento reciproco, mantenendo comunque entrambi la propria individualità e indipendenza.

All’opposto un rapporto di coppia, che possiamo definire complementare, dove uno dei partner o entrambi hanno bisogno dell’altro al quale appoggiarsi e senza il quale sembra impossibile “stare in piedi”, è una relazione dove non vi è equilibrio e a lungo andare può diventare soffocante.

Valentina Bennati

CRITICISMO

Con il termine criticismo si fa riferimento ad un atteggiamento di rimprovero ripetitivo e pervasivo, dove colui che rimprovera mostra la propria disapprovazione a qualcuno, rispetto ad un presunto errore, in modo che questi si possa correggere (Sassaroli, Lorenzini, Ruggiero, 2006).

Cosa si cerca di ottenere attraverso questa forma di critica? Quali sono gli obiettivi di chi rimprovera?

  • far cambiare il comportamento o l’atteggiamento che si ritiene sbagliato (si ha la convinzione che facendo sapere all’altro che sbaglia è possibile che cambi e si comporti in modo diverso)
  • esercitare potere sull’altro facendolo sentire inferiore
  • ottenere un risarcimento (attraverso la sofferenza del rimproverato) rispetto al danno che si ritiene di aver subito a causa del comportamento scorretto dell’altro
  • far conoscere all’altro quanto si è sofferto a causa sua
  • sfogare la rabbia

Chi rimprovera si trova a sperimentare una serie di emozioni, come rabbia, ansia, tristezza, disprezzo e indignazione che gli causa molta sofferenza, ma nonostante ciò non riesce a fare a meno di adottare tale atteggiamento critico.

Cos’è che spinge chi rimprovera a perseverare con le critiche?

  • Con il rimprovero si raggiunge la modifica del comportamento altrui
  • non si rende conto della ripetitività con la quale mette in atto una strategia fallimentare
  • è consapevole della ripetitività ma pensa che insistendo l’altro cambierà prima o poi
  • non può fare a meno di rimproverare (il rimprovero viene vissuto come un impulso; considerato quindi un evento al di fuori del proprio controllo)
  • la rabbia è considerata insopportabile e gestibile solo con lo sfogo
  • si instaura poi un circolo vizioso nel quale l’eventuale ribellione del rimproverato porta ad un aumento della rabbia del rimproveratore e alla sensazione che l’altro lo stia danneggiando con cattive intenzioni. Di conseguenza aumenterà l’atteggiamento critico che a sua volta porterà ad una ulteriore ribellione e così via.

Cosa succede nella mente del rimproverato?

Colui che viene rimproverato si troverà sperimentare emozioni quali senso di colpa, valutando sé stesso come dotato di cattive intenzioni, responsabile di azioni dannose per sé e per l’altro; tristezza, valutando il rimprovero come conseguenza dell’inadeguatezza; rabbia e ribellione se il rimprovero è visto come torto subito ingiustamente.

Tenderà a sviluppare poca fiducia nelle proprie preferenze, opinioni e rispetto al proprio progetto personale e adotterà un atteggiamento autosvalutativo. Sarà inoltre dipendente dall’altro mosso dalla sensazione di aver bisogno de qualcuno per potersi gestire.

Valentina Bennati

ATTEGGIAMENTO IPERPROTETTIVO DEL GENITORE: QUALI CONSEGUENZE NEL BAMBINO?

Siamo di fronte ad uno stile educativo caratterizzato da iperprotezione, ovvero un eccessivo atteggiamento protettivo, nelle situazioni nelle quali il genitore si occupa del bambino in ogni campo, lo tratta come se fosse più piccolo rispetto all’età che ha, si sostituisce a lui, non gli affida responsabilità. critica le sue opinioni e competenze nei compiti quotidiani, dona sicurezza quando il bambino non ha bisogno e trasmette al figlio l’idea del mondo come pericoloso (questo può riguardare la salute, le relazioni o qualsiasi novità). Tutto questo tende ad invadere lo spazio del bambino e mina i tentativi del bambino stesso di agire autonomamente.

Questi comportamenti messi in atto da parte del genitore hanno alla base le più buone intenzioni, poiché tra le sue convinzioni che lo spingono a portarli avanti vi sono:

  • rendere la vita facile al figlio
  • eliminare dolore e sofferenza
  • ogni esperienza spiacevole può diventare un trauma
  • il valore del genitore dipende da come si comporta in quanto genitore (deve evitare assolutamente errori!)

L’esistenza di tali convinzioni erronee nel genitore e il mantenimento dei comportamenti iperprotettivi hanno conseguenze negative a breve e lungo termine nel bambino:

  • non si allontanerà dal genitore e si sentirà in colpa anche se solo lo desidera
  • necessiterà di costanti conferme
  • avrà un’immagine di sé solo in relazione al genitore
  • tenderà a temere il mondo
  • avrà una visione di sé come incapace e inadeguato
  • tenderà a non tollerare le frustrazioni, in quanto sarà fermamente convinto di non potercela fare da solo.

Valentina Bennati

CONTROLLO PSICOLOGICO NEL BAMBINO

Lo stile educativo del genitore influenza lo stato mentale del bambino, ovvero le sue emozioni e il suo comportamento.

Il controllo psicologico è un comportamento che troviamo in genitori che adottano un atteggiamento ipercritico (“la critica rende più forte mio figlio”) o perfezionistico (“mio figlio deve raggiungere risultati importanti ed eccellere”) allo scopo di educare bene il proprio figlio.

Consiste in una forma di aggressività verbale espressa attraverso azioni che invadono il sé interiore del bambino e manipolano i suoi pensieri e comportamenti, non riconoscendo l’identità psicologica del bambino con i suoi confini e la sua unicità e indipendenza.

Costituisce una fonte di vulnerabilità per lo sviluppo di disturbi psichici nel bambino.

Il controllo psicologico si esercita attraverso:

  • induzione della colpa
  • amore contingente (amore solo in caso di buone performance)
  • infondere ansia
  • non riconoscere la prospettiva del bambino.

Vi sono due tipologie di controllo psicologico: una riguarda il controllo psicologico orientato alla dipendenza, che ha lo scopo di tenere il bambino entro i confini emotivi e fisici (correlato con problemi interpersonali) e l’altra riguarda il controllo psicologico orientato al successo, che ha lo scopo di rendere il bambino conforme alle proprie norme parentali per le proprie prestazioni (correlato con problemi di realizzazione e perfezionismo).

Valentina Bennati

PERFEZIONISMO: positivo o maladattivo?

Il perfezionismo è una caratteristica personale che si manifesta attraverso comportamenti, convinzioni, emozioni e modalità di affrontare la vita.

Parliamo di perfezionismo positivo quando manteniamo la capacità di dire “io valgo nonostante gli errori che ho commesso”, ovvero il giudizio su noi stessi in termini di valore personale è indipendente dalle nostre prestazioni.

In generale quando siamo in presenza di un perfezionismo positivo vi è nella vita del soggetto una storia di apprendimento dove impegno e successo sono stati rinforzati positivamente e quindi gli è stato trasmesso dalle figure genitoriali l’idea che è importante l’impegno e non la performance. Questo tipo di perfezionismo porta benefici all’individuo.

Parliamo di perfezionismo maladattivo quando siamo in presenza di:

  • ruminazioni e controlli rinforzati negativamente dall’evitamento di una valutazione o punizione temuta
  • presenza di standard elevati. E’ presente una valutazione eccessiva dell’inseguimento e del raggiungimento di risultati in alcune aree di vita alle quali si attribuisce valore (lavoro, sport, aspetto fisico, relazioni, peso, pulizia, cura dell’abitazione, igiene personale…)
  • sforzi per raggiungere standard elevati, nonostante questo abbia effetti negativi sull’effettiva prestazione e causi danno in altri aspetti di vita
  • la valutazione di sé stessi viene fatta sulla base del raggiungimento di standard elevati
  • tendenza a svalutare i successi e ad innalzare gli standard se gli obiettivi sono stati raggiunti
  • autocritica
  • marginalizzazione di altri aspetti di vita
  • ripetuti controlli della prestazione e confronto con la prestazione altrui
  • evitamento di test cruciali per la propria prestazione per paura che non sia una buona prestazione

Il perfezionismo maladattivo reca svantaggi all’individuo. E’ associato a insoddisfazione e preoccupazioni eccessive rispetto al giudizio altrui ed è un fattore di rischio per lo sviluppo di psicopatologie, un fattore di mantenimento e di ostacolo al cambiamento.

I disturbi che si associano maggiormente al perfezionismo maladattivo sono: disturbi d’ansia, depressione, disturbi del comportamento alimentare, disturbo ossessivo-compulsivo. E’ inoltre associato a ideazione suicidaria ( identificare sé stessi con un fallimento aumenta la probabilità di gesti suicidari) e ad un basso rendimento scolastico.

Valentina Bennati